Carovigno, un borgo segreto da scoprire

Lunedì, 02 Maggio 2016 16:19
Carovigno, un borgo segreto da scoprire

Un suggestivo borgo nel cuore del Salento, quello di Carovigno, spesso trascurato dai percorsi turistici, è il protagonista di un articolo sulla rivista BellItalia.

Salento Segreto

Pochi turisti a Carovigno, facile riconoscerli. C’è chi si aggira di luogo in luogo guida alla mano e chi cammina lento tra i vicoli, cullato dalla “dimensione sud” di questo borgo, spesso dimenticato dai tour classici dell’alto Salento. Noi siamo fra i secondi, attirati dalla luce delle case bianche, dal profumo di un vicino forno a legna, dal vociare dialettale degli anziani.

Il paese non è piccolo, fuori dalle mura si accalca una miriade di abitazioni moderne (anni 70, 80 e 90), strade, negozi, bar, locali. Edifici che da un’altura digradano verso il verde: una distesa di ulivi secolari, punteggiata da masserie e torri. Se ne contano ben 14 a Carovigno, perché qui un tempo si comunicava così, di torre in torre attraverso una rete di segnali, che partivano dalla “regina” della costa, Torre Guaceto.

Il mare è a soli sei chilometri, e si fa sentire soprattutto la sera con la brezza salmastra che sale fino al borgo.

Il Castello, regno di Alfredo ed Elisabetta

Quanto è esteso il paese fuori dalle mura, tanto è piccolo il centro storico, protetto dal poderoso castello Dentice di Frasso.

Salendo lungo via dell’>Osanna appare inaspettato con la sua torre a mandorla che ricorda la prua di una nave. La fortezza è di epoca normanna (XI-XII secolo) ma nei secoli viene trasformata e ingrandita fino al radicale restauro di fine ‘800, voluto dai conti Alfredo ed Elisabetta Dentice di Frasso. Da rocca difensiva diventa una dimora nobiliare che nel corso del ‘900 ospita nomi illustri come Guglielmo Marconi, Ruggero Leoncavallo e perfino re Vittorio Emanuele III. Nel fiabesco cortile, ornato di ficus, palme e da quattro enormi platani centenari, si ammirano la torre angioina del XIV secolo e la scenografica scala dei Grifoni. Al’interno si trovano ampie scale, oggi disadorne ma un tempo sontuose, alcuni di questi ambienti, a partire dall’estate, ospiteranno un museo archeologico, ora in allestimento.

Fra le sue mura si sono avvicendate nei secoli numerose guarnigioni di soldati: Normanni, Angioini, Aragonesi. Poi la fortezza divenne dominio del Regno di Napoli e passa di volta in volta a famiglie feudatarie. Ma i veri “signori del castello” restano fino alla metà del ‘900 i conti Dentice di Frasso, i cui ritratti campeggiano nel salone di rappresentanza. L’ambiente preferito da Elisabetta era la grande loggia della rocca, dai cui possenti archi fa capolino la cupola di Sant’Anna, con in lontananza Ostuni e le sue case bianche. Dal terrazzo di Alfredo, invece, ci si ferma ad osservare il mare e il profilo della quattrocentesca torre a mandorla.

Usciti dal castello, s’incontra la chiesa di Sant’Anna, empio di fine ‘600 con la grande cupola in pietra locale dai riflessi rossastri. Pochi passi e si raggiunge la Chiesa Madre iniziata nel XV secolo. L’edificio presenta una curiosa pianta a L rovesciata, dovuta ai rimaneggiamenti del XVIII secolo. Un tempo la facciata si apriva su via Sanzio e su questa via prospetta ancora il rosone originale, finemente decorato.

Nel centro storico: il fascino della tradizione

L’arco di porta Brindisi annuncia piazza Nzagna, cuore della città antica di Carovigno. È uno spazio di forma allungata, ricco di echi mediterranei: un arioso “corridoio” su cui affacciano la cinquecentesca torre dell’Orologio e l’austera facciata della chiesa del Carmine. Di notte, alla luce fioca dei lampioni, il lucido basolato sembra diventare un tappeto color avorio da cui spuntano floride palme. In piazza si respira ancora il sapore autentico del Sud, con ritmi lenti anche in piena estate, scanditi delle chiacchiere degli anziani: alcuni sulle panchine, altri a passeggio o riuniti in estemporanei capannelli. Nessun negozio di souvenir e pochi bar, tutti molto semplici, con tavolini all’aperto per una granita al caffè o un dolce alle mandorle.

La grotta del Santuario con gli affreschi di Maria

Il resto del borgo è un labirinto di stradine, viuzze cieche, giardini, archi, corti quadrate e case bianche, su cui si elevano torri e campanili a vela. Alcune di questa abitazioni diventeranno “camere” di un albergo diffuso di prossima apertura.

Lasciata l’atmosfera antica del centro astorico, resta da visitare il santuario si Santa Maria di Belvedere. I quattro chilometri che da Carovigno conducono la tempio sono un concentrato di Puglia: mandorli, fichi, carrubi, lecci, si susseguono fino al mare, protetti da un esercito di ulivi secolari. Nel paesaggio rurale si erge il santuario mariano, non a caso detto “di Belvedere”.

Si entra nella chiesa e si scmedono 47 gradini che conducono a un’ampia grotta ipogea. Qui risplendono due affreschi dedicati alla Vergine, uno del ‘300, l’altro del ‘500. Si ammirano in rigoroso silenzio: nel suggestivo atrio l’unico suono ammesso è l’eco delle preghiere.”

da Bellitalia

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